You are here
Home > Dai Soci > Luigi De Vivo > IL Pino Loricato

IL Pino Loricato

05        06

08        01


Pinus Leucodermis, questo è il nome scientifico di uno degli alberi più straordinari al mondo, che quanto a maestosità non ha nulla da invidiare alle grandi querce, alle sequoie americane o ai baobab africani. Proveniente dai Balcani, in Italia lo si può ammirare solo in Basilicata, sul massiccio del pollino, anzi nel parco nazionale del pollino. E’ un albero dalle caratteristiche forme contorte, con foglie aghiformi e un tronco dall’architettura tipica, talvolta drammatica, quando lo si osserva l’immaginazione vola subito in terre lontane, ad esempio in  Oriente, perché la sua sagoma ricorda quella dei piccoli bonsai giapponesi. E come nei bonsai, dove l’uomo fa emergere l’unione tra  natura e arte, per il pino loricato è la natura stessa che ha creato un vero e proprio capolavoro, in continua e lenta evoluzione, dal valore inestimabile. Questa specie arborea rara prende il suo nome di loricato dal caratteristico aspetto corazzato a placche degli esemplari più vecchi, ricorda la lorica, la corazza formata di placche metalliche utilizzata dagli antichi soldati romani. La visione di queste piante lascia letteralmente sbalordito anche il visitatore più distratto che non può fare a meno di notare e apprezzare il fascino e la bellezza di questo patriarca vegetale, che sopravvive ancorandosi con le radici sulle aspre rocce delle creste sommitali di montagna. Esposti alle intemperie, il vento incessante  li modella e li contorce in tragiche figure. Il faggio, che su terreni fertili cresce meglio e più rapidamente, soffocando le altre specie, ha confinato il pino loricato; ma i loricati, non si sono arresi, e hanno scelto la roccia e l’alta quota come palcoscenico della propria vita millenaria. Un’altra straordinaria caratteristica poi, li distingue: anche dopo la loro morte biologica, grazie all’alto contenuto di resina nel loro legno, sono quasi inattaccabili dagli agenti atmosferici, e una volta persa la corteccia, lo scheletro bianco viene lucidato e levigato dalle intemperie, trasformandoli in inquietanti opere d’arte di incredibile fascino. Anche il più autorevole dei pini loricati del pollino,un vecchio esemplare chiamato dai locali “zi Peppe”, è stato per molti anni guardiano e simbolo di questa montagna finche, devastato dal  fuoco assassino, giace su un fianco, appoggiato su un tappeto d’erba, che in primavera si dipinge di mille colori, quasi che la natura volesse offrire un  omaggio a questo gigante buono. Forte, straordinario e unico, il pino loricato è un vero e proprio fossile vivente, addirittura si pensa che tragga origine dal cenozoico ed abbia quindi decine di milioni di anni di evoluzione alle proprie spalle, evoluzione che oggi sarebbe di fatto approdata ad un albero perfettamente adattato al suo ambiente. La storia botanica del pinus leucodermis inizia in tempi remoti, nel quaternario, quando il raffreddamento del pianeta determinò l’abbassamento del livello del mare, avvicinando la costa dell’Italia meridionale ai Balcani, consentendo al pino loricato, inizialmente diffuso nelle odierne Albania, Bosnia, Serbia, e Grecia, di colonizzare ed arroccarsi nell’Appennino Calabro – Lucano, che con il cambiare delle condizioni climatiche conservò un habitat idoneo alla splendida conifera. Solo alla fine del XIX secolo il pino loricato venne studiato e classificato: nel 1826 un botanico napoletano trovò un esemplare, ma non lo seppe classificare confondendolo con un’altra specie; fu lo svizzero K. H. Christ che lo descrisse per la prima volta nel 1863 con il nome di pinus heldreichi, seguito dopo breve tempo dall’austriaco Franz Antoine, che, ignaro della scoperta del collega, lo classificò nel 1864 chiamandolo pinus leucodermis. Si dovrà tuttavia aspettare il 1905 perché il pino venga scoperto nel pollino. Il suo nome botanico è insito nell’aspetto di questa affascinante pianta: la denominazione leucodermis deriva infatti dal colore bianco della sua corteccia, che rende gli esemplari più maestosi particolarmente eleganti. Il legno è particolarmente ricco di resina che funge da protezione dai processi di degradazione ciò significa che anche dopo la fine della vita vegetativa i tronchi possono rimanere in posizione eretta, anche per molto tempo conferendo al paesaggio toni molto suggestivi. Quando le condizioni atmosferiche avverse abbattono i pini loricati, essi non muoiono subito e  possono resistere adagiati al suolo anche per numerosi anni, talvolta mostrando contorte radici che paiono sculture di arte contemporanea. Oggi il pinus leucodermis è presente nel parco con migliaia di esemplari, spesso come individui isolati ma anche in boschi radi e aperti, distribuito nella fascia della faggeta, tra i 1000 e i 1400 metri di altitudine, dove formano pinete relittuali, monospecifici nello strato arboreo, mentre in quello arbustivo convivono con il ginepro comune. Al limite superiore delle faggete, fino a circa 2000 metri si rinvengono gli esemplari plurisecolari in formazione con il ginepro alpino. Si tratta quindi di una specie endemica e rappresenta uno degli alberi più rari nel patrimonio boschivo italiano. Le notizie che riguardano la sua sopravvivenza sono buone: attualmente la specie non pare affatto minacciata o in regressione, anzi pare stia colonizzando zone prative d’alta quota non più utilizzate per il pascolo, approfittando dell’assenza del bestiame che involontariamente ne bloccava lo sviluppo brucandone i germogli. Capace di resistere alle tempeste di neve e di vento che sferzano con violenza i crinali delle montagne, indifferente alla siccità estiva e al torrido sole mediterraneo, il loricato è un vero e proprio gigante della natura, un albero le cui forme sembrano suggerirne un’origine magica. Poche ore di cammino quindi e si è al suo cospetto, è lì in cima che vive, dominatore delle valli, muta sentinella, testimone da anni delle vicende umane; per alcuni esemplari decine, centinaia di anni, al di là del nostro tempo, sempre lì per regalare scenari di una bellezza quasi commovente ad intere generazioni di noi piccoli uomini.

Foto e testo di Luigi De Vivo

Lascia un commento

Top